Critichiamo l’autotune a Sanremo, ma ieri applaudivamo il playback

Sanremo, autotune, rap e trap: oggi critichiamo la tecnologia, ieri accettavamo il playback. È ancora una gara di canto?
autotune a sanremo

Il dibattito sull’autotune a Sanremo è diventato ormai un rituale parallelo al Festival stesso. Ogni edizione porta con sé la stessa accusa: la musica non è più quella di una volta, le voci sono artificiali, la gara di canto ha perso senso. Il bersaglio è quasi sempre lo stesso: rap, trap, linguaggi urbani e un uso della tecnologia che viene percepito come scorciatoia.

Eppure, guardando la storia del Festival con un minimo di onestà intellettuale, la polemica appare meno lineare di quanto sembri. Perché Sanremo non è mai stato un luogo di purezza assoluta. È sempre stato un compromesso tra musica, televisione, industria e costume. E spesso ciò che oggi critichiamo come “degenerazione” ieri lo accettavamo senza troppe domande.

L’autotune è davvero il problema? O è solo l’ultimo capro espiatorio di un Festival che, come la musica stessa, sta cambiando più velocemente della nostra capacità di interpretarlo?

Sanremo non è mai stato solo una gara di canto

L’idea di Sanremo come competizione puramente vocale è in larga parte una costruzione nostalgica. Certo, per decenni la voce è stata centrale, ma il Festival non ha mai premiato esclusivamente l’intonazione o la tecnica. Ha premiato interpreti, canzoni capaci di entrare nell’immaginario collettivo, artisti in grado di rappresentare un’epoca.

Già negli anni Sessanta e Settanta Sanremo era attraversato da tensioni tra musica “seria” e musica “popolare”, tra avanguardia e tradizione. L’illusione della gara di canto perfetta è arrivata dopo, quando il racconto televisivo ha cristallizzato un’idea di Festival che in realtà non è mai esistita in modo puro.

Oggi questa ambiguità è semplicemente più evidente. Il Festival non è più solo un luogo di consacrazione musicale, ma una vetrina culturale dove convivono generazioni, linguaggi e aspettative radicalmente diverse. 

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Rap e trap: Sanremo si apre o si difende?

L’ingresso massiccio di rap e trap sul palco dell’Ariston non è stato un gesto rivoluzionario, ma una mossa di sopravvivenza. Il mercato musicale era già cambiato, il pubblico giovane già ascoltava altro, e Sanremo rischiava di diventare un evento autoreferenziale, incapace di dialogare con il presente.

Questi generi, però, non nascono per la televisione generalista. Nascono in contesti diversi, con metriche, estetiche e priorità lontane dalla tradizione sanremese. Quando arrivano all’Ariston, vengono inevitabilmente filtrati, normalizzati, adattati.

È qui che nasce il cortocircuito: Sanremo vuole sembrare contemporaneo, ma continua a presentarsi come una gara con regole pensate per un’altra epoca. Il risultato è una tensione costante tra linguaggi nuovi e criteri di giudizio vecchi.

Autotune: uno dei nodi del dibattito

L’autotune è diventato il simbolo di questa tensione. Per molti rappresenta la fine del canto, per altri è semplicemente uno strumento, come lo sono stati il riverbero, la distorsione o il delay in altre epoche.

Nel contesto del rap e della trap, l’autotune non è necessariamente una stampella. È spesso parte integrante dell’identità sonora, un effetto espressivo che contribuisce a costruire un immaginario. Il problema non è il suo utilizzo, ma il contesto in cui viene giudicato.

In una gara musicale, che cosa stiamo valutando davvero? La voce “nuda”? La canzone? Il progetto artistico complessivo? Sanremo non ha mai chiarito questo punto, e forse non può farlo senza rinnegare se stesso.

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Prima dell’autotune c’era il playback

Qui la polemica diventa inevitabile. Oggi si grida allo scandalo per l’autotune, ma per anni Sanremo ha imposto il playback, una tecnologia che non correggeva la voce: la eliminava del tutto.

Artisti perfettamente in grado di cantare dal vivo erano costretti a mimare la propria performance. E contro questa finzione si sono consumate alcune delle proteste più iconiche della storia del Festival: Vasco Rossi che ne evidenzia l’assurdità, Freddie Mercury che lo smaschera in mondovisione, i Blur che lo trasformano in una performance di dissenso.

Anche episodi apparentemente lontani, come la rivolta dell’orchestra nel 2010 o il collasso scenico di Morgan e Bugo nel 2020, raccontano la stessa cosa: Sanremo entra in crisi quando la musica smette di essere credibile.

Criticare oggi l’autotune senza ricordare il playback significa applicare due pesi e due misure. Significa condannare una tecnologia visibile e accettarne una che, per anni, è stata invisibile ma ben più invasiva.

Qualità musicale: è davvero diminuita?

Dire che la qualità musicale a Sanremo sia peggiorata è una scorciatoia narrativa. Più comoda che vera. La qualità non è sparita, è cambiato il modo in cui viene percepita.

La musica contemporanea non mette più al centro il virtuosismo vocale come valore assoluto. Privilegia l’identità, il messaggio, il contesto. Questo non significa che tutto sia migliore, ma che i parametri di valutazione sono diversi.

Sanremo continua a oscillare tra due anime: quella della gara e quella del racconto culturale. Ed è proprio questa oscillazione a generare frustrazione nel pubblico.

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Un Festival così in crisi da mettere in discussione se stesso

Negli ultimi anni hanno iniziato a circolare voci sempre più insistenti su un possibile spostamento del Festival in altre città, con l’ipotesi — fino a poco tempo fa impensabile — di un futuro senza l’Ariston. Al di là della concretezza o meno di queste ipotesi, il solo fatto che se ne discuta è significativo.

Mettere in discussione la sede storica del Festival significa ammettere che Sanremo non è più intoccabile. Che il Festival, per continuare a esistere, è disposto a rimettere in discussione persino il suo simbolo più potente.

È un segnale chiaro: Sanremo sta cercando di capire cosa vuole essere. Evento televisivo itinerante? Vetrina nazionale? Manifestazione musicale? O qualcosa di completamente diverso?

Sanremo è lo specchio della società oderna?

Il problema non è l’autotune a Sanremo. Il problema è pretendere che il Festival resti fermo mentre tutto il resto si muove. Abbiamo accettato il playback per anni senza porci troppe domande. Oggi ci indigniamo per una tecnologia che, nel bene e nel male, è parte integrante della musica contemporanea.

Sanremo non è peggiorato: è diventato più fragile, più esposto, più contraddittorio. E forse è proprio questo a renderlo ancora più rilevante. Perché finché farà discutere, finché metterà in crisi le nostre certezze su cosa sia “musica di qualità”, continuerà a essere uno specchio fedele del tempo in cui viviamo.

Sanremo dovrebbe tornare a essere una gara di canto “pura” o accettare definitivamente la complessità della musica di oggi?

La tecnologia è un limite o una risorsa?

Il dibattito è aperto nei commenti del Thomann Blog.


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