Breve storia del rap italiano

Breve storia del rap italiano

È possibile riassumere brevemente la storia del rap italiano? Forse no, ma ci abbiamo provato. Se siete nati negli anni Novanta e non sapete nulla delle radici dell’hip hop in Italia, se ave superato gli “anta” e avete voglia di rivangare i bei tempi andati, se siete curiosi e appassionati di musica a trecentosessanta gradi, quest’articolo fa per voi! Vi auguro buon viaggio tra le pieghe di questa magica storia.


Iniziare con ordine: Rap è quel che fai, l’Hip hop è quel che vivi


Nato nel South Bronx degli anni Settanta, il rap è una forma di scrittura legata alla musica ed è solo una delle arti dell’hip hop, fenomeno culturale figlio di aree urbane marginalizzate degli Stati Uniti, abitate in maggioranza dalle comunità afroamericane e latine. L’hip hop racchiude in sé una variegata gamma di espressioni interdipendenti che spaziano dalla street art alle coreografie urbane della break dance; è uno stile di vita con una colonna sonora scolpita e propagata dalle crew durante le jam a colpi di sfide tra mc, deejay, b-boy e writers.
L’hip hop è un mondo che richiede di conoscere la sua lingua: il suo racconto orale – il rap – esiste grazie alla raffinata abilità nella costruzione di metriche e rime, si fa forte di termini come flow e delivery, si adagia sugli scratch e sui ritmi dei sampling cesellati con l’uso di campionatori, giradischi e tape recorder.

 

No internet culture. Come arrivò l’hip hop in Italia

Quando questa storia ebbe inizio in Italia, la diffusione dei nuovi generi musicali non raggiungeva gli altri continenti con la stessa velocità permessa oggi dalle nuove tecnologie. Come ricorda Paola Zukar, autrice di Rap Una Storia Italiana (Baldini & Castoldi, Milano 2017):

Non c’erano grandi opportunità di vivere con il rap allora (N.d.R. 1984)… il 99,9% della popolazione che incontravi non ne conosceva nemmeno l’esistenza e quando trovavi qualcun altro che era stato contagiato dagli alieni come te, avevi trovato un tesoro. Si era anche disposti a fare centinaia di chilometri per incontrare e parlare con qualcuno che condividesse la tua stessa passione.

Zukar, come altri pionieri italiani dell’hip hop, si era avvicinata a questo mondo grazie ad alcuni filmati di break dance visti in televisione e a film come Flashdance (1983) – ricordate l’esibizione della mitica Rock Steady Crew? – o Breakin‘ (1984), quest’ultimo con colonna sonora firmata, tra gli altri, da Kraftwerk, Ice T e Chaka Khan.

 

Il tour italiano di Afrika Bambaataa

Direttamente dal Bronx, Afrika Bambaata ebbe un ruolo cruciale nell’internazionalizzazione dell’hip hop; leader della gang Black Spades prima e della Bronx River Organization poi, fu il fautore di innumerevoli party hip hop e grazie al suo primo tour estero – dedicato a rap, breakdance e deejaying – si accese una scintilla nei cuori della maggior parte dei pionieri italiani. La family di Bambaataa, che passò anche da Milano nel 1982, lasciò come traccia di sé l’inizio della scena nazionale: i novelli amanti dell’hip hop presero a radunarsi a Torino, nei pressi dell’ingresso laterale del Teatro Regio; a Milano, tra corso Vittorio Emanuele e Largo Corsia dei Servi; a Roma, alla Galleria Colonna.

Ricordiamo ai giovani lettori che non erano quelli i tempi di Ableton Live, dei tutorial su Youtube o delle drum machine facilmente reperibili, magari a pochi euro (anche perché l’euro non esisteva proprio). Per la maggior parte dei producer della metà degli anni Ottanta, le tracce che accoglievano il rap si preparavano con creatività e fatica, molto spesso attraverso i tasti record e pause dei mangianastri.

Sono questi i giorni in cui il rap si fa in inglese e gli mc si avventurano difficilmente nella scrittura in italiano, da una parte perché spaventati dalle metriche della nostra lingua, dall’altra per un fiero senso di aderenza al modello americano. A questi giorni risalgono le pionieristiche avventure di Fresh Press Crew (Dj Skizo, Soul Boy, Sean, Dj Gruff, Top Cat e Kaos One), gruppo operativo tra 1986 e 1987 e poi mutato in Radical Stuff.

 

Let’s Dance

Questa era la cosa curiosa, anzi, significativa: molta gente che poi è diventata famosa come dj e mc in realtà ha iniziato da breaker; più in generale era chiaro il fatto che se ti avvicinavi a questa faccenda dovevi avere un’infarinatura minima di tutte le quattro arti.

Sono parole di NextOne, pilastro del breaking che inizia la sua luminosa carriera nel lontano 1983. Attraverso le sfide tra crew, i breaker diffondono l’hip hop e si costruiscono una reputazione: alla sua prima uscita internazionale (Francia, 1987), in un solo giorno NextOne è chiamato a sfidare oltre quaranta diverse crew. Inseguendo le radici della sua passione, si trasferisce a New York tra 1990 e 1991 finendo con l’essere invitato a far parte della Rock Steady Crew. Rientrato in Italia, diviene un simbolo: partecipa a 1,2,3 casino – trasmissione con Jovanotti che dava spazio al rap americano (1988) – e Fantastico, condotto da Pippo Baudo (1990). NextOne manterrà sempre un piede negli USA e questa connessione si riverserà nell’album Diritto dal Cuore: creato nel nome di Next Diffusion tra 1991-1992 ma pubblicato solo nel 1995, propone un confronto diretto con la vera cultura hip hop americana e sarà patrocinato da sua maestà Afrika Bambaataa.

Gli anni delle posse

Terra rossa del Dams, dei fumetti di Andrea Pazienza e di spazi di aggregazione dalla forte connotazione politica, nel 1984 Bologna accoglie la mostra “Arte di frontiera. New York graffiti”. Allestita alla Galleria Comunale d’Arte Moderna, l’esposizione sarà un faro nella notte per artisti come Dayaki – tra padri del writing italiano ed mc con il nome di DeeMoDado, Rusty e Ciuffo. Tra le mura scalcinate del centro sociale Isola nel Kantiere, verso la fine degli anni Ottanta prende vita Isola Posse All Stars.

Nello stesso periodo, nel 1988 a Roma, nasce Onda Rossa Posse che firmerà con una canzone storica come Batti il tuo tempo (1990) quello che è considerato “l’atto di nascita del rap in italiano”. Nata tra le fila della sezione di Autonomia Operaia e in seno a realtà come quella di Forte Prenestino, la bandiera del rap italiano prende vita nei centri sociali; i suoi contenuti testuali – dalla corruzione dilagante della classe politica alla strage di Bologna – si allineano all’etica americana dei Public Enemy. Dopo il successo di Batti il tuo tempo, Onda Rossa Posse si scioglie dividendosi nelle formazioni di Assalti Frontali e AK47.

Nel 1991, la scena bolognese risponde con un’altra iconica traccia: Stop al Panico, colonna sonora di occupazioni e cortei studenteschi firmata da Isola Posse All Stars.

L’equazione sbagliata

Tra 1991 e 1994 i centri sociali contribuiscono alla diffusione su scala nazionale dell’hip hop: dal Leoncavallo al Salento, le posse si moltiplicano. I grandi spazi, le capacità organizzative e l’attitudine do it your self, rendono i CSO luoghi ideali per le jam hip hop e alcune crew puntano a sostituirsi ai messaggeri del punk e dell’hardcore, abitanti prediletti delle realtà occupate.

Nel frattempo, tra le strade del Paese scoppiano l’inchiesta Mani Pulite, la Strage di Capaci, la fine del Partito Comunista Italiano mentre Silvio Berlusconi inizia la sua corsa verso il Parlamento. Il rap delle posse si fa strumento del racconto nazionale e la stampa compie l’errore di creare e riverberare tra il pubblico un’equazione sbagliata: hip hop = posse = centro sociale. La confusione di questo messaggio è poi rilanciata dai cartelloni pasticciati di molti festival e da release di etichette come i due volumi della raccolta Italian Posse di Flying Records (1991 e 1993) che mescola Frankie HI-NRG, Comitato e Articolo 31 a brani di raggamuffin, ska e reggae demenziale che nulla hanno a che spartire con l’hip hop, lanciando nella stessa scena i vari Sud Sound System, 99 Posse, Mau Mau, Persiana Jones, Africa Unite

Nell’hip hop italiano inizia ad aprirsi una grande frattura denunciata a piena voce dai puristi del genere che non vogliono essere confinati in uno stereotipo parziale. I pionieri dell’hip hop reclamano l’identità della loro cultura: l’hip hop è denuncia, sì, ma è anche molto altro.

 

Si accendono i riflettori dei media

Il frullatore mediatico unisce i protagonisti eterogenei del coro musicale italiano in una sola etichetta confusa, ormai diventata il simbolo di un’epoca. Serena Dandini accoglie ad Avanzi – trasmissione satirica di Rai 3 andata in onda tra 1991 e 1994 – i live di Comitato, Nuovi Briganti e 99 Posse. Nel 1991, la Fiat dedica al rap un modello della sua Uno, prodotta fino al 1994 e promossa negli spot attraverso le rime di Articolo 31. Nel 1993, Gabriele Salvatores sceglie per la colonna sonora del film Sud i brani di Papa Ricky (Isola Posse All Stars), 99 Posse, Possessione e Nandu Popu (Sud Sound System). L’anno prima, era comparso quasi dal nulla un mc di Città di Castello, Frankie HI-NRG: dopo il successo di Fight da faida, è addirittura invitato a esibirsi come ospite al Maurizio Costanzo Show (1993). Primo mc a firmare con una major, Frankie HI-NRG diventa bersaglio della scena hip hop purista che reagisce con indignazione all’esposizione mediatica e alla mercificazione del rap. Peccato che, un solo anno dopo, numerosi protagonisti della scena dei duri e puri accetteranno di buon grado di finire nelle scuderie delle grandi case discografiche; persino Century Vox – etichetta indipendente promotrice, tra gli altri, di Isola Posse All Stars – stringerà un accordo di distribuzione con Sony.

 

Da Aelle a One Two One Two. L’epoca d’oro del rap italiano

Dal 1994, la scena delle posse inizia a sgonfiarsi e il rap trova rifugio in pubblicazioni come il mensile Aelle (nato come fanzine nel 1991), che recava in copertina il motto “Hip Hop nelle forme originali“. Scriveva il direttore di Aelle, Sid:

Su Aelle si parla di hip hop, cultura libera dalle ideologie, che non è e non si può usare come strumento politico strumentalizzandola, come invece avviene nella maggior parte dei centri sociali (…). Nella maggior parte di essi il rap e il writing sono sfruttati come mezzo per diffondere le ideologie, e non idee libere.

Da Bologna arriva Rapadopa, disco di esordio di Dj Gruff (1993) che mescola magistralmente campionamenti e suoni strumentali; l’anno dopo si fa largo un capolavoro come SXM di Sanguemisto, rivoluzionario per il flow e per azzardi come Fattanza blu, delirante viaggio di lentissimi bpm e magici inserti sperimentali. Con l’arrivo del piglio alla Cypress Hill dei massicci Colle der Fomento (1994), di Sottotono, dei membri di OTR e dei taglienti disagi urbani raccontati da Lou X le carte della golden age del rap italiano sono sul tavolo. Rafforzata e più coesa, la scena trova nuovi spazi per esprimersi: la radio sarà un canale di disseminazione virale. Dal 1994, Radio Deejay manda in onda le trasmissioni Venerdì rappa e One Two One Two, un punto di riferimento per i rapper italiani che possono così ascoltare selezioni musicali commentate dai massimi esponenti dell’hip hop di casa nostra.

 

Women Mc & Fly girls

Per quanto dominata dall’espressione maschile, anche in questa storia non si devono dimenticare le donne: tra le prime breaker a rappare e a fare writing in Italia, a partire da Notte da Paura (1992), la torinese Carrie D vola sulle rime: protagonista di molte tracce della golden age, la troviamo – tra le altre – in Mission Impossible, compilation edita da Skizo e Gruff e nel flow di Rapadopa con La musica.

Presenza costante al fianco degli OTR, La Pina fa il suo ingresso nel rap attraverso Isola nel Kantiere; tra le prime mc, dopo aver fondato il gruppo femminile Pine si conquisterà un posto al sole dietro ai microfoni di One Two One Two.

Veterana della scena, nei primi anni Novanta Julie P. forma i Power MC‘s – con Ice One e Duke Montana – dando alla luce l’Ep Power to the people quando il rap italiano parlava ancora inglese (1991). Nel 1994 la troviamo ancora al fianco di Ice One, questa volta come aiuto nell’assemblaggio delle basi di B-Boy Maniaco, disco che accoglie elementi noti della scena rap romana come Colle der Fomento, Piotta e Comitiva.

 

Il canto del cigno

Anche se i protagonisti della golden age stavano inanellando un successo dopo l’altro conquistando radio e tv con tormentoni come Aspettando il sole di Neffa & i messaggeri della Dopa (1995), era chiaro a tutti che qualcosa da un po’ stava andando storto: il rap italiano aveva ripreso a perdere la sua anima con la complicità dei media, diventando una forma musicale slegata dall’hip hop e svuotata del suo senso originario grazie a singoli campioni d’incasso come Serenata Rap di Jovanotti e Ohi Maria degli Articolo 31 (1994). Dal 1995, in molti della scena originaria smettono di fare dischi, qualcuno prende una vacanza decennale, altri abbandonano per sempre la nave: è il segno della fine di un’epoca che si chiude definitivamente con l’esperienza dell’Hip hop Village del Forum di Assago (Milano, 1997).

 

Dalla timida ripresa a nostri giorni

Dopo una pausa e una timida ripresa con Fabri Fibra – erede delle basi di un disco mai nato di Neffa – il mercato discografico mainstream del rap italiano prova a rilanciarsi nella prima decade degli anni Duemila con Club Dogo, Marracash e Fedez. La scena hip hop si trasforma e quel che succede dopo, a decenni di distanza, si ritrova sotto i riflettori di talent show e trasmissioni come Amici di Maria de Filippi e Sanremo.


Se hai trovato interessante questo post e vuoi saperne di più, ti consiglio la lettura di Storia ragionata dell’hip hop italiano di Damir Ivic, Arcana Edizioni, Roma 2010.

Articolo scritto da Johan Merrich


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La passione di Simon per la musica nasce molto tempo fa, fino a portarlo al diventare arrangiatore, chitarrista e autore di musica auto-prodotta, pubblicata con la sua band, gli Onyria.

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